1. Oggetto della conferenza stampa.
Questa conferenza stampa è stata convocata per documentare e chiarire la notizia e le conseguenze del fatto che, a seguito delle nostre prime denunce del 2007 e 2008 sulla progettata costruzione di due rigassificatori nel Golfo di Trieste, la Commissione Europea ha già inviato all’Italia una lettera di messa in mora per violazione della direttiva 96/82/CE, (direttiva Seveso) «sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose», con riferimento specifico all’art. 13, paragrafo 1, che riguarda le informazioni alla popolazione sulle relative misure di sicurezza.
2. Fonte e riferimenti della notizia.
La notizia ci è stata fornita, tra altre, dalla Presidente della Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo attraverso la documentazione che vi consegniamo ora in copia.
Si tratta di comunicazioni sull”istruttoria delle petizioni che avevamo presentato nel 2007 e 2008 contro i due rigassificatori, anche in relazione all’interrogazione presentata già nel 2006 dall’europarlamentare slovena Mojca Drc˘ar-Murko.
3. Implicazioni e conseguenze.
La direttiva si riferisce anche agli impatti transfrontalieri, ed all’art. 17, in presenza delle violazioni contestate, impegna gli Stati membri a vietare «l’attività o l’avvìo dell’attività di qualsiasi stabilimento, impianto o deposito o parte di essi, qualora il gestore non abbia presentato entro il termine stabilito, la notifica, i rapporti o altre informazioni previste dalla presente direttiva».
Questa stessa comunicazione del Parlamento Europeo conferma inoltre che per poter autorizzare i rigassificatori la valutazione d’impatto ambientale deve “coprire i pericoli di tali impianti per la salute pubblica e l’ambiente marino”.
4. Chiarimenti.
Per l’istruttoria delle due petizioni il Parlamento Europeo ha chiesto, secondo prassi, alla Commissione Europea di acquisire le necessarie informazioni dalle autorità italiane denunciate.
Noi avevano denunciato, tra altre violazioni, che il progetto di Gas Natural elude il fatto che la Zona Industriale di Trieste dove sorgerebbe il rigassificatore ospita già una concentrazione abnorme di impianti pericolosi, per i quali le informazioni di sicurezza non sono state mai fornite o aggiornate (risultando anche mancanti o incompleti piani d’emergenza sia singoli che complessivi).
Nel gennaio 2008 la Commissione Europea ha chiesto i chiarimenti specifici alle autorità italiane, che con lettera del 28 febbraio 2008 le hanno fornito informazioni che confermano questa violazione, rimasta insanata. Perciò la Commissione, dopo aver atteso oltre un anno, nel marzo 2009 ha deciso di formalizzare la messa in mora dell’Italia, cui potrebbe seguire la procedura d’infrazione con le relative sanzioni.
5. Due scandali connessi.
Il provvedimento comunitario fa emergere sin d’ora due gravi scandali politico-istituzionali connessi.
Il primo scandalo è la concentrazione indisturbata a Trieste, da decenni, di industrie che producono, trattano ed immagazzinano forti quantità di sostanze pericolose – idrocarburi, gas tossici, esplosivi ed infiammabili, formaldeide, ecc. – senza le condizioni e misure di sicurezza.
Questa situazione (come i noti, abnormi inquinamenti industriali dei suoli, delle acque e dell’aria) è stata resa possibile dagli stessi poteri, locali e non, che ora vorrebbero imporre alla città anche questo rigassificatore.
Il secondo scandalo emerge dal fatto provato che le autorità di governo italiane sapevano ufficialmente almeno dall’inizio del 2008 di questa condizione impeditiva del progetto Gas Natural per cui sono state anche messe in mora all’inizio del 2009, ed avrebbero quindi dovuto provvedere immdiatamente a bloccarlo, oltre che a mettere in mora le industrie inadempienti.
Le autorità italiane hanno invece forzato l’approvazione del progetto in pochi mesi, nel luglio 2009, eludendo anche le denunce presentate e pubblicizzate sul fatto che il progetto falsifica od omette numerosi dati cruciali per le valutazioni d’impatto ambientale (VIA) e strategica (VAS), e tra questi anche la presenza degli altri impianti pericolosi fuori condizioni di sicurezza.
Falsificazioni, omissioni e forzatura politica sono ora perfettamente documentate dalle indagini giudiziarie che abbiamo già diffuso alla stampa nell’agosto scorso.
I documenti che vi abbiamo consegnato ora confermano che il governo italiano le ha utilizzate anche con la Slovenia e con le autorità europee: ha dichiarato infatti alla Commissione che «Nel quadro delle procedure di consultazione transfrontaliera sono stati inoltre forniti alle autorità slovene i documenti prodotti dalle autorità italiane in relazione al rischio di incidenti associati ai progetti». Cioè i documenti che in realtà lo eludono anche per quanto chiariremo adesso.
6. Rischio locale e rischio strategico europeo.
La concentrazione di altri impianti pericolosi nell’area di interazione col rigassificatore proposto pone tre altri problemi fondamentali ed insuperabili, che risultano tutti elusi o travisati sia dal progetto di Gas Natural che dalle valutazioni d’impatto delle autorità italiane.
Il primo problema è quello del possibile effetto domino, cioè di esplosioni e/o incendi a catena, con effetti già di per sé devastanti.
Il secondo problema è che ogni falla nei serbatoi o nelle tubature di gas liquefatto determina una nube proporzionale di gas freddo in rapido riscaldamento ed espansione, che raggiunta una miscela con l’aria tra il 5 ed il 15% si incendia con effetti catastrofici paragonabili a quelli della nube piroclastica di un vulcano in un raggio che può coprire alcuni chilometri (e qui comunque su scala infinitamente maggiore della recente tragedia di Viareggio).
È esattamente per questo motivo che i rigassificatori possono essere realizzati in sufficiente sicurezza soltanto su coste deserte o su piattaforme marine 15-20 km al largo, con attorno ampie zone di sicurezza e divieto della navigazione, come appunto quello italiano di Porto Viro.
Il terzo problema è che la densità di industrie e popolazione nell’area prescelta, l’adiacenza del terminale dell’oleodotto transalpino TAL e la strettezza del lungo braccio di mare per l’accesso delle navi gasiere, renderebbero indifendibili da attacchi terroristici anche da breve distanza sia le navi che i serbatoi fuori terra del rigassificatore, come già quelli delle industrie pericolose vicine, dell’oleodotto e le petroliere.
Il quarto problema, conseguente, è che questo rigassificatore diventerebbe un obiettivo terroristico internazionale di primo livello perché basterebbe un unico attentato, facile e con mezzi minimi, per causare cotemporaneamente un numero di vittime elevatissimo con la distruzione di vaste zone residenziali, industriali, portuali e del terminale dell’oleodotto transalpino, che rifornisce Austria, Germania e Repubblica Ceca.
7. Implicazioni internazionali.
L’entità di questo rischio strategico rende necessario sottoporre il progetto anche a valutazioni specifiche dell’Unione Europea, della NATO e dei tre Paesi serviti dall’oleodotto.
La documentazione europea che vi abbiamo fornito in copia conferma inoltre che per gli impatti oltreconfine (cui si riferisce anche la direttiva Seveso) il progetto rimane condizionato al parere della Slovenia secondo la convenzione UNECE di Espoo del 1991 sulla valutazione dell’impatto ambientale in un contesto transfrontaliero.
E questo vale anche per il progetto di rigassificatore della EON su una gigantesca piattaforma in prossimità del confine marittimo italo-sloveno, che Roma sta tentando invece di far passare sotto silenzio politico e di stampa.
8. Altri accertamenti europei in corso.
La documentazione che vi abbiamo fonrito informa anche che le autorità europee non hanno avuto ancora gli elementi per verificare la sussistenza delle violazioni alle procedure di valutazione d’impatto ambientale e strategica (VIA e VAS), da noi denunciate già allora, e che hanno perciò disposto ulteriori accertamenti in merito.
Sinora infatti Bruxelles disponeva soltanto delle risposte ufficiali delle autorità italiane, che sostenevano invece di avere rispettato tutte le procedure, incluse quelle di corretta consultazione con la Slovenia.
Questa situazione è stata ora superata dalle nuove prove giudiziarie, ed altre, che sono state già inviate ad integrazione delle due stesse petizioni, e separatamente proposte al Parlamento ed alla Commissione europei con petizione e denuncia nuove, presentate il 2 ottobre di quest’anno dalla rete ambientalista internazionale Alpe Adria Green, di cui Greenaction Transnational è co-fondatrice. Verrà anche chiesto l’accorpamento delle istruttorie.
9. Conclusioni ed ipotesi investigative.
È evidente che gli inganni tecnici e politici sin qui riscontrati nella vicenda dei progetti di rigassificatori a Trieste contrastano sia con lo sviluppo corretto di una rete energetica italiana ed europea efficiente e sostenibile, sia con una normale logica industriale di funzionalità e sicurezza degli impianti, e con essi degli investimenti.
Non si comprende dunque per quali motivi una maggioranza così compatta ed acritica di esponenti politici italiani – di governo ma anche di opposizione – continui a voler forzare una situazione simile anche di fronte all’evidenza dei fatti ed alla contrarietà delle popolazioni minacciate da ambedue le parti del confine.
E non si può non osservare che alla fine ci guadagnerebbero, come accade troppo spesso in Italia, soltanto le imprese di costruzione ed il noto, opaco sistema degli appalti, subappalti e forniture.
Se poi inseriamo il caso nel quadro complessivo della rete di rigassificatori prevista in Italia ed affidata a diverse società italiane e straniere, si potrebbe anche ipotizzare che il mondo politico italiano ne abbia effettuata e garantita una spartizione con partner finanziari, ed a condizioni, tali da non consentire nemmeno lo “sgarro” di bloccare un progetto così palesemente inaccettabile, pericoloso e pure foriero di contenziosi col Paese confinante e con l’Unione Europea.
Ma la verifica di questa ed altre ipotesi variamente inquietanti esce dal nostro campo operativo per rientrare in quelli istituzionali della magistratura italiana e delle autorità europee. Nelle quali dobbiamo quindi riporre la nostra fiducia.
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