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NO AI TERMINALI DI RIGASSIFICAZIONE NELL’ADRIATICO SETTENTRIONALE |
Alpe Adria Green, associazione ambientalista croato-italo-slovena, ha ribadito in occasione del vertice del G8 dei ministri degli esteri tenutosi a Trieste dal 25 al 27 giugno, il NO ai progetti per la realizzazione di terminali di rigassificazione nel Golfo di Trieste.
Alpe Adria Green ha organizzato a Trieste un presidio in piazza all’aperura del G8 e una conferenza stampa alla chiusura del vertice, per evidenziare l’incompatibilità dei rigassificatori (quattro progetti tra Italia, Slovenia e Croazia in un raggio di 150 Km) proposti in un bacino marittimo ristretto quale è il Mare Adriatico settentrionale, già sottoposto alla pesante servitù del principale terminale petrolifero del Mediterraneo (oleodotto transalpino SIOT).
I terminali di rigassificazione metterebbero a serio rischio non solo l’ambiente del Golfo di Trieste con la sua vocazione turistica, ma anche la vita di decine di migliaia di persone tra Italia, Slovenia e Croazia in caso di incidente ai depositi o alle navi gasiere.
Tra gli effetti ambientali è da considerare il grave problema del raffreddamento delle acque. Il solo rigassificatore della Gas Natural nel porto di Trieste (Zaule) scaricherebbe ogni giorno a mare 650.000 metri cubi di acque marine raffreddate di almeno 5 gradi e clorate (utilizzate per il riscaldamento del gas). Ogni anno verrebbero immesse a mare da questo impianto circa 40 tonnellate di cloro che porterebbero inevitabili conseguenze sugli equilibri fisici, chimici e biologici, del Golfo di Trieste. Un altro serio problema è rappresentato dai sistemi di raffreddamento e zavorra delle navi gasiere che sono a fortissimo rischio di trasporto e diffusione di organismi acquatici nocivi e patogeni (Harmful Acquatic Organism and Pathogens – HAOP). Da non dimenticare inoltre che il dragaggio dei fondali di accesso ed ormeggio per le gasiere metterebbe in circolazione quantità rilevanti di sedimenti con alte concentrazioni di sostanze tossiche accumulate nei due secoli di attività portuali ed industriali nel Golfo di Trieste, soggetto anche nella sua parte centrale ad inquinamento da metalli pesanti nei primi 90 cm di sedimento, in particolare mercurio già rinvenuto nei pesci in forte quantità.
La protesta di Alpe Adria Green in occasione del G8 è stata appoggiata da Greenaction Transantional, dal WWF e dal Comitato per la Salvaguardia del Golfo di Trieste. Nella conferenza stampa di sabato 27 giugno, i rappresentanti delle tre associazioni ambientaliste hanno espresso la loro contrarietà alla trasformazione del Mare Adriatico in un polo energetico europeo, illustrando le criticità dei progetti proposti sul versante italiano. Il responsabile del settore energia del WWF Friuli Venezia Giulia Dario Predonzan ha evidenziato le gravi irregolarità della procedura di V.I.A. (Valutazione Impatto Ambientale) nel progetto della società Gas Natural (fortemente spinto dal Governo Italiano), irregolarità che sono arrivate fino alla manipolazione di dati essenziali al fine di consentire l’approvazione del progetto stesso da parte del Ministero dell’Ambiente.
Roberto Giurastante, responsabile di Greenaction Trnasnational, ha confermato la sostanziale violazione della legge Seveso nella provincia di Trieste, dove la concentrazione di impianti industriali ad alto rischio tutti ubicati nell’area portuale rende improponibile la costruzione di un terminale di rigassificazione.
Giorgio Jercog, coordinatore del Comitato per la Salvaguardia del Golfo di Trieste ha precisato che lo strumento urbanistico vigente al momento della presentazione del progetto della Gas Natural non prevedeva la possibilità di costruire nell’area scelta terminali e depositi di combustibili.
Vojko Bernard presidente di Alpe Adria Green ha confermato l’intenzione di contrastare anche nelle sedi comunitarie le scelte dei tre Paesi (Italia, Slovenia e Croazia) confinanti che sembrano improntate ad una illogica corsa ai rifornimenti di combustibili senza che vi sia un coordinanento - assolutamente necessario - dei rispettivi piani energetici nazionali per scongiurare, come nel caso dei rigassificatori, la proliferazione di impianti che avrebbero pesanti ripercussioni sull’ambiente e ricadute negative sullo sviluppo dell’intero litorale dell’Alto Adriatico.
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TORVISCOSA (FRIULI): 3000 ETTARI DI PASCOLI INQUINATI DA PESTICIDI |
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OMESSI GLI ACCERTAMENTI SUI PRODOTTI ALIMENTARI
Nel febbraio 2009 l’Istituto Superiore di Sanità italiano ha confermato che presso Torviscosa (Friuli) circa 3000 ettari di terreni d’uso agricolo con produzione zootecnica, in particolare di latte, sono inquinati dal pesticida Dieldrin, tossico per accumulazione negli animali e nell’uomo attraverso la catena alimentare, l’inalazione ed il contatto. Si tratta dei terreni delle Agenzie Agricole di Torviscosa S.S. inseriti nel Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Laguna di Grado e di Marano, già colpito da altre contaminazioni.
Ma l’Istituto statale ha dichiarato egualmente l’assenza di rischi sanitari, limitandosi a “raccomandare” un monitoraggio della catena alimentare. Ha infatti applicato i protocolli dei SIN Napoli Orientale e Brindisi, per cui non ha svolto indagini proprie ma si é limitato a convalidare analisi fornite dal proprietario privato, in base alle quali ha fornito soltanto una stima teorica della possibile contaminazione diretta dei foraggi e dei lavoratori.
I Ministeri competenti (Ambiente, Lavoro e Salute) hanno quindi consentito il riutilizzo agricolo dell’area inquinata «in assenza di un riferimento normativo che consenta di stabilire i livelli di contaminazione».
Risultano così completamente omesse le analisi dirette dell’inquinamento, ed in particolare quelle sull’accumulazione del pesticida nei prodotti alimentari agricoli, zootecnici, itticoli e della pesca provenienti dall’area inquinata e dalle lagune che ne ricevono le acque, e destinati sia al consumo locale (in piena zona turistica costiera) che all’esportazione.
Greenaction Transnational ritiene queste omissioni gravemente pericolose per la salute pubblica, e come tali illecite. Chiede perciò alle autorità sanitarie nazionali, regionali e comunali l’avvìo immediato delle analisi, riservandosi di formalizzare la segnalazione dei fatti in sede europea e, se del caso, penale.
Nota tecnica:
Il Dieldrin, metabolita dell’Aldrin, è un insetticida organoclorurato liposolubile, persistente e bioaccumulante; fa parte con il DDT, i furani e le diossine, dei Persistent Organic Pollutants (POP) banditi a livello mondiale dal 2000-2001 (Conferenza di Johannesburg, Trattato di Stoccolma).
Si tratta di sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene che permangono per decenni nei suoli e nelle acque superficiali e di falda, accumulandosi per ingestione, inalazione e contatto nei tessuti biologici in concentrazioni sino a 70.000 volte superiori a quelle limite ambientali.
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GALLERIA CARSICA IRREALIZZABILE:
INTERCETTEREBBE FIUMI SOTTERRANEI
Il tracciato ferroviario indicativo della TAV-Corridoio 5 fra Trieste e Divaca (oggetto di accordi Italia-Slovenia-UE) prevede il superamento del dislivello dell’altopiano carsico in galleria, con due grandi tornanti sotto la valle carsica profondamente incisa del torrente Rosandra. Questo tratto della galleria è irrealizzabile.
Il sottosuolo della valle e di ambedue i suoi versanti è infatti attraversato a varie profondità da livelli sotterranei attivi e fossili del sistema fluviale antico da cui residuano i corsi torrentizi superficiali della Glinscica-Rosandra e di Beka-Ocizla, con i relativi inghiottitoi e risorgive.
Piogge sovrabbondanti sui due lati dell’altopiano attivano inoltre le connessioni dell’intero sistema sotterraneo con la risalita di acque in pressione sin sotto il letto roccioso terminale del torrente (riconfermata dalle presenze del crostaceo acquatico ipogeo Troglocharis).
La galleria prevista intercetterebbe perciò anche cavità di deflusso attivo delle acque sotterranee e rischierebbe costantemente di venire inondata in pressione, richiedendo soluzioni costruttive di tipo sottomarino qui insicure e troppo costose.
L’organizzazione ambientalista Greenaction Transnational chiede quindi che, a prescindere dagli altri problemi della TAV, questa galleria venga immediatamente cancellata dalle previsioni comunitarie, italiane e slovene per non sprecare tempo e denaro nell’accertamento tardivo di impossibilità già evidenti.
Il progetto attuale del tratto di ferrovia Trieste-Divaca prevede un tracciato di 35,6 km quasi tutto in galleria, per un costo di 2,4 miliardi di euro. La sua realizzazione è affidata ad un Comitato intergovernatovo (Cig) Italia-Slovenia e ad un Common executive body (Ceb) tecnico misto fra Italia, Slovenia ed UE.
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INCHIESTA DEL PARLAMENTO EUROPEO SUL RIGASSIFICATORE DI TRIESTE |
ACCOLTA LA PETIZIONE DI GREENACTION TRANSNATIONAL: PROGETTO IN ELUSIONE DELLE NORMATIVE COMUNITARIE
Trieste 19.03.2009 - Il Parlamento Europeo con comunicazione del 4.3.2009 ha confermato di avere accolto la petizione (n. 1147/2008) presentata da Greenaction Transnational sulle violazioni della legislazione comunitaria in corso da parte dell’Italia in merito al progetto del terminale di rigassificazione della società Gas Natural nel porto di Trieste.
Nella petizione vengono contestate:
- la violazione della procedura di VIA (Valutazione Impatto Ambientale) che ha visto tra l’altro l’esclusione di fatto della popolazione dal processo decisionale - non essendo stati effettivamente garantiti i diritti di informazione e di ricorso come previsto dalle direttive comunitarie;
- la violazione della Legge Seveso visto che il terminale Gas verrebbe a confinare con quello petrolifero e con altri stabilimenti industriali a rischio;
- la violazione della procedura VAS (Valutazione Ambientale Strategica) in quanto il progetto del terminale si troverebbe in conflitto con il Piano Regolatore del Porto;
- le sottovalutazioni macroscopiche dell’impatto ambientale del progetto e i rischi per la sicurezza estesi ai paesi confinanti (Slovenia e Croazia) con i quali nessun accordo è stato peraltro raggiunto.
Il Parlamento Europeo, oltre ad incaricare la Commissione Europea di svolgere l’indagine preliminare, ha trasmesso la petizione alla propria commissione per l’industria, la ricerca e l’energia per le valutazioni.
Leggi la denuncia di Greenaction Transnational al Parlamento Europeo..
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CASO KRSKO: ARCHIVIAZIONE DEL G.I.P. DI TRIESTE |
NESSUNA RESPONSABILITA’ PENALE NELL’OMISSIONE DELLE AUTORITA’ ITALIANE.
Con decreto del 7 febbraio 2009 il GIP di Trieste Massimo Tomassini ha archiviato l’inchiesta sulla mancanza dei piani di prevenzione per le emergenze radiologiche avviata a seguito della presentazione di un esposto da parte di Roberto Giurastante responsabile di Greenaction Transnational. Nell’esposto veniva evidenziato come, a seguito della mancata attuazione delle normative comunitarie, l’Italia era completamente impreparata ad affrontare una seria emergenza radiologica mancando tutte le strutture necessarie a gestirla. In particolare veniva messo in evidenza che ancora a 13 anni di distanza dal recepimento delle direttive comunitarie di riferimento non erano stati nemmeno predisposti i PEE (Piani di Emergenza Esterna) obbligatori per le aree che, come Trieste, si vengono a trovare in prossimità di centrali nucleari. I PEE sono inoltre obbligatori anche per i porti classificati come nucleari (sono 11 in Italia), ovvero dove possono sostare unità militari a propulsione nucleare.
A seguito della mancata predisposizione dei PEE è venuta inoltre a mancare l’obbligatoria informazione ai cittadini e l’addestramento ad affrontare le emergenze sempre previsto per legge. Sono completamente assenti inoltre tutte le strutture (rifugi antiatomici, ospedali attrezzati, centri di raccolta per l’evacuazione) necessarie in caso di fall out radioattivo.
L’incidente dello scorso anno alla centrale nucleare di Krsko in Slovenia è stato più di un campanello d’allarme. In caso di reale fall out infatti l’Italia settentrionale sarebbe stata investita dalla nube radioattiva in poche ore e non vi sarebbe stata alcuna possibilità di difesa per milioni di persone.
L’archiviazione decretata dal GIP è ancora più grave in quanto nell’opposizione alla richiesta di archiviazione presentata dal P.M. (senza che fosse stata svolta alcuna indagine e con la sola motivazione che non era ravvisabile alcun reato penale perchè l’attuazione o meno delle normative comunitarie era una scelta esclusivamente politica) era stato chiesto il rinvio pregiudiziale degli atti alla Corte di Giustizia Europea ex art. 267 Trattato CE trovandosi la legislazione italiana in conflitto con quella comunitaria ed essendo l’Italia sotto procedimento di infrazione, a seguito di denuncia dell’esponente, da parte della Commissione Europea con deferimento alla Corte di Giustizia Europea (procedimento di infrazione IT/2003/4755).
Nella comunicazione del deferimento alla Corte di Giustizia la Commissione Europea aveva precisato: “L’esistenza di una normativa nazionale completa e trasparente è un presupposto essenziale se si vuole garantire un livello elevato di protezione della popolazione dagli effetti delle radiazioni ionizzanti. Specie per quanto riguarda la preparazione alle emergenze radioattive, l’informazione preliminare dei cittadini è di capitale importanza per ridurre al minimo le conseguenze sanitarie in caso di incidente radiologico.”
Greenaction Transnational ora annuncia immediato ricorso a Bruxelles avendo l’autorità giudiziaria nazionale violato in questo modo lo stesso Trattato Istitutivo della Comunità Europea la cui osservanza non può essere sottoposta alla discrezionalità di alcun giudice.
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INQUINAMENTI TRANSFRONTALIERI |
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LA COMMISSIONE EUROPEA DA 60 GIORNI ALL’ITALIA PER RISPONDERE SUGLI INQUINAMENTI DELLA FERRIERA DI SERVOLA, DELL’INCENERITORE DI TRIESTE E DEI DEPURATORI FOGNARI DELLA PROVINCIA.
A seguito della petizione sugli inquinamenti transfrontalieri presentata da Greenaction Transnational al Parlamento Europeo (petizione 1459/2007) e recepita il 18.06.2008, la Commissione Europea D.G. Ambiente ha avviato un accertamento dando all’Italia 60 giorni di tempo per rispondere alle contestazioni ( vedi la richiesta della Commissione Europea ).
Nella petizione di Greenaction venivano denunciati gli inquinamenti prodotti dalla Ferriera di Servola, dall’inceneritore di Trieste e dai 5 depuratori fognari della provincia.
Greenaction ha evidenziato che la Ferriera sorge in un’area densamente urbanizzata e che le emissioni di gas e polveri delle lavorazioni siderurgiche a ciclo continuo investono perciò direttamente migliaia di persone, tra lavoratori e residenti, e si diffondono con i venti in un circondario ancora più vasto, che include la città, il Carso, la cittadina di Muggia e territori di confine della Slovenia.
La rilevanza e la tossicità di tali emissioni, sia assoluta che per accumulo nei tessuti viventi, nel suolo e nel mare, è notoriamente provata da decenni e reca gravissimo pericolo e danno alla salute pubblica ed all’ambiente, suscitando forte allarme sociale.
Altrettanto vale per le notorie ed assommate emissioni inquinanti continue prodotte nella medesima area urbana, provinciale e transfrontaliera dall’inceneritore comunale privatizzato dei rifiuti solidi, le cui emissioni tossiche vengono misurate in percentuale al camino e non anche per quantità totale, accumulo e diffusione.
A completare questo quadro assai poco confortante l’inquinamento a mare prodotto dai 5 depuratori fognari, da anni malfunzionanti, della provincia di Trieste. Il principale di questi, quello di Servola, con una condotta sottomarina di 7,5 Km immette al largo nel Golfo di Trieste enormi quantità di liquami tossici. La Riserva di Miramare, una delle quattro aree marine italiane protette, si trova a circa 6 Km dallo scarico dal collettore fognario del depuratore di Servola e a 2 Km da quello di Barcola (che scarica davanti alla zona balneare di Trieste).
Questi pesanti inquinamenti producono i loro effetti sulla vicina Slovenia e si estendono all’intero Golfo di Trieste.
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ASSOLTO ROBERTO GIURASTANTE |
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“INCRIMINATO” PERCHÉ AVEVA DENUNCIATO GLI INQUINAMENTI TRANSFRONTALIERI
E GLI INQUINAMENTI CONTINUANO IMPUNITI
Il Tribunale di Trieste (giudice dott. Francesco Antoni) ha infine assolto “perché il fatto non sussiste” il dirigente ambientalista Roberto Giurastante, contro cui la Procura locale aveva emesso un decreto penale di condanna a seguito di una sua denuncia degli inquinamenti transfrontalieri causati da impianti industriali della città a ridosso dei confini con Slovenia e Croazia.
Si tratta in particolare delle emissioni dell’inceneritore di rifiuti urbani, della Ferriera di Servola e del depuratore fognario della città, che scarica il liquami al largo con una condotta sottomarina.
Roberto Giurastante, dal 2008 responsabile di Greenaction Transnational e membro di Alpe Adria Green (network ambientalista italo-sloveno-croato), aveva presentato la denuncia quale segretario del club di Trieste dei FoE - Friends of the Earth (Amici della Terra, e l’iniziativa era stata rilanciata a Bruxelles dall’europarlamentare liberaldemocratica slovena Mojca Drcar-Murko.
Mentre l’allora Procuratore capo di Trieste, dott. Nicola Maria Pace, aveva contestato al denunciante la rappresentanza dell’associazione, emettendo contro di lui un “decreto penale” di condanna (che in Italia consente di accusare, indagare e condannare una persona senza avvisi né processo).
La condanna si fondava sull’esistenza di un contenzioso aperto da Rosa Filippini quale presidente di Amici della Terra Italia (Roma), contraria alle attività investigative e di denuncia dei triestini contro inquinatori e complicità politiche.
Nel processo di revisione, avviato su ricorso di Giurastante con l’avv. Livio Bernot ed ora concluso con la piena assoluzione, la Procura ha fatto deporre Filippini insistendo nella richiesta di una condanna a due mesi di carcere, cui il difensore ha opposto che “invece di effettuare le doverose indagini sui gravi reati ambientali segnalati è stato avviato un incredibile procedimento penale contro il denunciante, violando anzitutto il diritto fondamentale dei cittadini alla tutela della loro salute”. La vicenda è stata seguita anche dai media sloveni e croati.
Greenaction Transational ricorda di avere documentato come Trieste e dintorni vengano utilizzati impunemente da decenni anche per discariche di inquinanti estese dal Carso (in oltre 300 grotte e doline) al mare e ad un’ampia fascia costiera industriale, perciò dichiarata Sito inquinato d’interesse nazionale in previsione di costose bonifiche a carico della spesa pubblica.
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BAIA DI SISTIANA:ACCERTAMENTI DELLA COMMISSIONE EUROPEA |
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INTERVENTO CONGIUNTO DELL’OLAF E DELLA D.G. AMBIENTE
Il progetto di sviluppo turistico della Baia di Sistiana si trova in questo momento sotto i riflettori della Commissione Europea. L’accertamento è stato avviato a seguito della denuncia presentata da Greenaction Transnational nell’ottobre del 2008 sulle irregolarità urbanistiche, ambientali e finanziarie dell’intervento edilizio. Il progetto, che prevede ingenti lavori di escavazione che altererebbero completamente la baia da decenni al centro delle mire della speculazione edilizia, ha già ottenuto ingenti finanziamenti pubblici per circa 14 milioni di euro ed altri dovrebbero essere concessi secondo le previsioni delle amministrazioni pubbliche che sostengono fortemente tale intervento.
La verifica in corso da parte della Commissione Europea vede l’intervento congiunto della Direzione Generale Ambiente (la Baia di Sistiana è interessata da un SIC - Sito di Interesse Comunitario - ed è riconosciuta come IBA - Important Bird Area) per la parte relativa all’impatto ambientale, e dell’OLAF, l’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode per quanto riguarda il possibile utilizzo di finanziamenti comunitari.
La Regione Friuli Venezia Giulia e il Ministero dell’Ambiente Italiano avevano anche recentemente manifestato l’intenzione di far confluire sul progetto privato nuovi e ingenti finanziamenti pubblici sia nazionali che comunitari, nonostante che la società proponente ne avesse già ricevuti in base alla legge 488/92 e che quindi l’intervento non fosse nuovamente rifinanziabile (si tratterebbe infatti di una clamorosa violazione delle norme sul libero mercato).
Sulle irregolarità amministrative e ambientali del progetto Greenaction Transnational ha presentato anche un esposto alla Procura della Repubblica di Trieste.
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TRIESTE: TRA RIGASSIFICATORI E VIOLAZIONE DELLA LEGGE SEVESO |
ITALIA SOTTO PROCEDIMENTO DI INFRAZIONE DA PARTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Finalmente cominciano ad essere resi pubblici i piani di emergenza esterna (PEE) delle industrie a rischio nella provincia di Trieste e ad essere pianificate le fasi di addestramento che dovranno coinvolgere, oltre alle forze dell’ordine e alla protezione civile, i cittadini direttamente esposti alle conseguenze dei possibili incidenti. I PEE di quattro stabilimenti sottoposti alla Legge Seveso sono ora disponibili sul sito internet della Prefettura di Trieste. Le prime esercitazioni svolte nel Comune di S. Dorligo - Dolina hanno riguardato i depositi petroliferi della SIOT.
Pur essendoci ancora molto da fare (alcuni impianti - Ferriera, inceneritore, sono per ora stati esclusi senza spiegazioni dalla pianificazione delle emergenze) è importante sottolineare che per la prima volta a Trieste e nella regione Friuli Venezia Giulia i cittadini hanno finalmente il diritto di essere costantemente aggiornati su una materia così importante per la salute pubblica.
Ma per arrivare a questo risultato sono occorsi più di tre anni di battaglie iniziate dal club autonomo degli Amici della Terra Trieste e poi riprese e continuate da Greenaction che hanno portato le due associazioni ambientaliste a denunciare, da sole, le violazioni della Legge Seveso alla Commissione Europea e al Parlamento Europeo oltre che all’autorità giudiziaria nazionale.
La Commissione Europea nel settembre del 2007 recepiva la denuncia degli ambientalisti mettendo sotto inchiesta l’Italia per la mancata informazione dei cittadini sui rischi degli impianti industriali nella provincia di Trieste.
Questa importante azione di difesa dei diritti civili, oltre a trovare ogni tipo di ostacolo da parte delle amministrazioni pubbliche dedite al solito scaricabarile, si è dovuta purtroppo scontrare con una quasi totale censura da parte dei media (televisioni, radio e giornali locali) che proprio sulla gestione delle informazioni relative alle emergenze (sia per la Legge Seveso, sia per le emergenze radiologiche) dovrebbero essere un punto di riferimento serio ed affidabile per i cittadini.
Il fatto non può che essere definito preoccupante e conferma il diffuso malessere che pervade la libera informazione in Italia (nel rapporto 2007 sulla libertà di stampa nel mondo di Reporter Sans Frontières l’Italia è stata posizionata, fin troppo generosamente, al trentacinquesimo posto). Informazione che inoltre in Italia è pesantemente finanziata con contributi pubblici (pari a 1 miliardo di euro all’anno).
Si rimanda per approfondimenti sulla vicenda all’esaustivo dossier del Club Autonomo degli Amici della Terra Trieste “Cronistoria di un rifiuto: la sindrome Seveso nella provincia di Trieste” che comprende anche l’analisi delle possibili conseguenze dell’insediamento del terminale di rigassificazione Gas Natural nel porto di Trieste vista la presenza dei numerosi stabilimenti riconosciuti a rischio in base alla Legge Seveso.
Si consideri che nello Studio di Impatto Ambientale del progetto del terminale di rigassificazione della società Gas Natural “l’effetto domino”, ovvero l’incidente-incendio ai depositi con fuoriuscita di gas ed estensione agli stabilimenti industriali vicini, è basato su una simulazione grafica per la quale è stata usata utilizzata una topografia non aggiornata in cui non sono rappresentati i numerosi serbatoi di combustibile dell’Autorità portuale e della «Depositi Costieri di Trieste», confinanti con il sedime del rigassificatore. Cancellando gli impianti esistenti vengono così a priori escluse conseguenze ed estensione dei possibili incidenti.
Il dossier del Club Autonomo dei soci di Friends of the Earth Trieste, che per la sua completezza ha rappresentato la base della denuncia sulla violazione della Legge Seveso a Trieste, ha portato all’attenzione delle autorità comunitarie (Commissione Europea e Parlamento Europeo) il problema dell’inserimento di un grande terminale di rigassificazione in un’area dove la presenza di altri impianti ad alto rischio non ne consentirebbe la realizzazione.
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